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PREGNANA: Mulino Sant'Elena

Nel patrimonio lasciato da Rosa Ferrario alla Fondazione Ferrario è compreso il mulino “S. Elena”, sul fiume Olona in territorio di Pregnana, a metà della strada che da Vanzago conduce a Castellazzo di Rho.
Testimonianze di un’attività plurisecolare, che pure aveva fatto un tempo la ricchezza di chi l’aveva posseduto, il “S. Elena” è uno dei pochi mulini rimasti efficienti ed in attività nel tratto del fiume Olona, da Varese a Milano.

Sfidando il progresso tecnologico e le nuove tecniche di macinazione, le ruote e le macine di questo mulino continuano a girare più che altro per triturare foraggio destinato al bestiame.
Il mestiere di mugnaio, un mestiere rimasto immutato nel voglere di generazioni, è da due secoli esercitato dai figli maschi della famiglia Rossi, a tal punto che il mulino è più noto come “ Morin di Rusi”.  
Ernesto (1906 – 1979), Enrico (1908 – 1983) e Cesare Rossi (1901 – 1986) hanno lasciato in eredità l’amore per il mulino e per l’antico mestiere al loro ultimo fratello Carlo (1914). Carlo Rossi, rimasto solo nel mulino degli avi, incurante di offrire una sorta di malinconica sopravvivenza, orgoglioso di continuare a compiere gesti arcaici, occupandosi di macine, rodigini,spazzera, nervile, acque, chicchi e farine.
Gli sono d’aiuto i figli del fratello Cesare, i nipoti Giovanni ed Ercolino, dai quali dipenderà il futuro di questo mulino.

Come tutti i mulini sorti sul fiumo Olona, anche il “S. Elena” è stato costruito su una “roggia molinara”, che è stata ricavata sul fianco destro del fiume.
Strutturata architettonicamente come un tipico mulino lombardo, il “S. Elena” sfrutta la forza motrice dell’Olona convogliando le acque al nervile che è l’opra in muratura posta attraverso la “roggia molinara”.
Dal nervile l’acqua viene distribuita a mezzo di tre bocche rodigine dopo un salto di 1,40 metri, sulle pale delle ruote idrauliche. Solo due delle tre ruote idrauliche messe in acqua nel 1818, quando il mulino fu ammodernato ed ampliato, forniscono energia meccanica alle macine.

La prima ruota è di legno, con diciotto pale lunghe 1,40 metri e larghe 32 centimetri. Attraverso alberi di ghisa ed ingranaggi di legno, ciascuna ruota idraulica fa muovere le pesanti macine di pietra (con un diametro di 1,30 metri e del peso di 10 quintali) su cui piovono i chicchi che provengono dalla sovrastante tramoggia. La rotazione della macine, una sull’altra, produce la farina che va a cadere su un sottostante cassone dove viene raccolta per essere insaccata.  

L’abitazione del mugnaio consta di una grande cucina con camino a piano terra, e di sette stanze al primo piano. A fianco del mulino ci sono i rustici con stalle e portici.
Sopra la porta di ingresso del mulino, sotto il porticato a a tetto, è ben conservato un affresco datato 1857, raffigurante la “Madonna Addolorata” del Santuario di Rho. Quest’immagine ha costituito una delle stazioni di sosta delle tradizionali processioni campestri, che partivano dalla parrocchiale di Vanzago, da cui dipende ancora oggi il mulino, come già era al tempo di S.Carlo Borromeo.



Origine Antichissima


Uno o più mulini sono sempre stati essenzialiper completare l’economia agricola un po’ autarchica di ogni comune rurale. I villaggi della nostra zona avevano la fortuna dell’olona, di cui impararono presto ad utilizzare la forza motrice per macinare i grani.
Di un mulino di Vanzago ci sono tracce certe nei vecchi documenti fin dal XV secolo; non è certo che sia lo stesso mulino ora “Rossi”, anzi è più probbile invece che si tratti di un altro mulino (quello Calderara”) ora in territorio di Pogliano.
La prima documentazione certa del nostro mulino si ha nel 1721, allorchè le indagini per il catasto descrissero “un mulino proprio del signor Conte Antonio Visconti, con rendita di 18 moggia e mezzo di grano (frumento, segale, miglio) e lire 100 tra contanti ed apendizij, con avertenza che vi vogliono circa lire 100 all’anno per necessarie riparazioni, così che viene a restare la cavata di lere 200”.
Se il proprietario era diverso i molinari erano della medesima famiglia Rossi, antenati degli attuali conduttori e allora soprannominati “I Citara”.
Verso la fine del Settecento, e dopo un passaggio intermedio, il mulino fu acquistato dai Milesi; e si deve indubbiamente il nuovo nome di mulino “S. Elena” al desiderio dell’acquirente di onorare e ricordare la propria moglie: Elena Viscontini Milesi.

da www.fondazioneferrario.it

 

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